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di Francesca Martorana

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È tempo di Sanremo e, come spesso accade in questo periodo, mi trovo a riflettere sulle voci che salgono su quel palco, sulle carriere che resistono e su quelle che si consumano in fretta.
Quest'anno mi è venuto naturale pensare a Laura Pausini, non tanto per le sue origini artistiche, quanto per ciò che rappresenta oggi: un esempio raro di intelligenza vocale applicata al lungo periodo.

Quando si parla di grandi voci del pop italiano, spesso il dibattito si ferma su estensione, potenza, acuti.
Eppure, secondo me, c’è un fattore molto più determinante: la capacità di usare la propria voce in modo consapevole nel tempo.

In questo senso, Laura Pausini rappresenta un caso di studio quasi perfetto!
Non perché sia “la più potente” o “la più acrobatica”, ma perché è una delle pochissime artiste ad aver evoluto consapevolmente la propria tecnica, trasformando una grande voce in una voce longeva.

La Laura degli esordi che mi ha rapito il cuore negli anni Novanta era una voce emotiva e viscerale.
Quella voce funzionava perché arrivava dritta, ma non era ancora una voce “protetta”.
Certo, avrebbe potuto continuare così, come hanno fatto molte colleghe e colleghi, invece ha scelto di cambiare. E non ha cambiato voce, ma ha imparato a usarla.

Intorno alla metà degli anni Duemila ha iniziato a spostare il baricentro vocale: meno “spinta” e più controllo. Ha imparato a far lavorare la voce in modo più intelligente, appoggiandosi meglio sul fiato, attraversando le zone alte senza forzare e costruendo un equilibrio più stabile tra intensità e resa.
È come se avesse trasformato l’urgenza emotiva degli inizi in una padronanza più matura: l’emozione è la stessa, ma ora, invece di consumarsi, si struttura e viene gestita con maggiore consapevolezza.
Il risultato infatti non è una voce più fredda, ma più stabile e infinitamente più affidabile dal vivo.

Nel panorama italiano e internazionale, purtroppo molte grandi voci non hanno fatto in tempo questo lavoro: c'è chi ha continuato a spingere, chi ha basato tutto sulla potenza, chi ha confuso emozione e sforzo.
Senza far nomi, il risultato è tristemente noto: voci segnate, estensioni ridotte, live sempre più faticosi...
Laura, al contrario, oggi canta in modo più “economico”, adatta quando serve e mantiene una coerenza vocale impressionante. È anche per questo che riesce a reggere tour lunghissimi. Non perché “canta meno”, ma perché canta meglio.

Messa accanto ad altre grandi voci nostrane come Arisa, Elisa o Giorgia, Laura non è la più virtuosistica, la più “da conservatorio”. È però quella che ha saputo trasformare una tecnica acquisita nel tempo in qualcosa di più ampio: un’intelligenza vocale, artistica e umana senza eguali!
Perché dove altre magari brillano per precisione o stupiscono per virtuosismi o estensione, Laura regge, replica, dura. Ed è una qualità rarissima che la rende una delle artiste più solide, credibili e riconoscibili anche fuori dai confini italiani.

Perciò tornando alla riflessione da cui sono partita, credo che Laura Pausini insegni qualcosa che va oltre la musica e che riguarda chiunque scelga di costruire qualcosa che duri: il talento ti fa arrivare. L’intelligenza ti fa restare.

Scorrendo i social mi rendo conto che ci sono commenti che non hanno bisogno di essere urlati per fare male. Basta leggerli uno dopo l’altro per accorgersi che non parlano di talento, di lavoro, di scelte o di percorso. Parlano di corpi. Di quanto siano cambiati, di quanto dovrebbero cambiare, di quanto sarebbe stato meglio se fossero rimasti uguali.

Giudizi sottili, spesso mascherati da sincerità che non nascono come critiche ma come richiami all’ordine. Un modo per ricordare a una donna che esiste un confine invisibile entro cui è accettabile muoversi. Superarlo, anche solo piacendosi un po’ di più, ha un prezzo.

La parte più scomoda è che questo tipo di giudizio non arriva sempre dall’esterno. Spesso nasce all’interno dello stesso mondo femminile, come un riflesso automatico, quasi normalizzato. Secondo me, non è semplice cattiveria e non è nemmeno solo invidia. È il risultato di regole assorbite nel tempo, di aspettative sedimentate, di un’educazione implicita che insegna alle donne a sorvegliarsi a vicenda. Così il corpo diventa un territorio pubblico, qualcosa su cui chiunque si sente legittimato a esprimere un verdetto.

Quando una donna cambia, dimagrisce, modifica il proprio stile o semplicemente smette di chiedere approvazione, smette anche di essere rassicurante. Ed è in quel momento che scatta la sanzione simbolica: viene definita presuntuosa, fuori luogo, eccessiva. Il messaggio è sempre lo stesso, anche quando le parole cambiano: 'stai uscendo dal ruolo che ti avevamo assegnato'.

Il paradosso è che molte di queste dinamiche vengono riprodotte da chi quella pressione l’ha vissuta sulla propria pelle. Donne che conoscono bene lo sguardo che pesa, il commento che riduce, la sensazione di dover essere sempre “a posto”. Eppure, invece di riconoscere quella violenza, finiscono per reiterarla. Non per crudeltà deliberata, ma perché quel modello è diventato norma. Così il cambiamento diventa colpa, il piacersi arroganza, l’evoluzione un tradimento.

Eppure non è difficile: basterebbe capire che dimagrire non cambia il valore di una persona. Cambiare stile non cancella una storia. Piacersi non equivale a sentirsi superiori. E soprattutto che il rispetto non è una concessione, ma una responsabilità collettiva.

Perché finché continueremo a sorvegliare e giudicare i corpi delle donne, soprattutto tra donne, non staremo difendendo sincerità o autenticità, ma solo una gabbia che abbiamo imparato a chiamare normalità.

In Italia il successo che dura nel tempo raramente viene accolto con serenità. Quando un percorso si consolida, quando i risultati diventano costanti e non più episodici, il giudizio cambia natura. 
Chi resta a lungo ai vertici smette di essere valutato per ciò che fa e comincia a essere giudicato per ciò che rappresenta. Non conta più il quadro complessivo, ma il singolo dettaglio. Un passo falso marginale pesa più di anni di coerenza e l’asticella si alza a tal punto da fomentare una condanna continua. 

Questo accade perché l’eccellenza stabile mette a disagio: ricorda che il talento, quando è accompagnato dal lavoro, produce risultati misurabili e che la continuità non è fortuna, ma progetto. Così il confronto si sposta dal merito alla polemica, dall’analisi al fastidio, dal percorso al giudizio emotivo.

Poi quando il successo è femminile, la difficoltà ad accettarlo aumenta. La stessa continuità che negli uomini viene letta come solidità, nelle donne viene spesso riletta come ingombro. Restare a lungo in alto smette di essere merito e diventa qualcosa da spiegare, giustificare, ridimensionare.

E mentre oltre confine il valore tende a essere riconosciuto per ciò che produce: risultati, credibilità, affidabilità nel tempo... in Italia viene attaccato o rimesso continuamente in discussione. Non per autentico spirito critico, ma per una difficoltà culturale ad accettare chi smette di essere una promessa e diventa un punto fermo.

C’è però un paradosso che resta sotto gli occhi di tutti: l’attenzione ossessiva, anche quando assume la forma della contestazione, è sempre una misura di rilevanza. In fondo, ci si accanisce solo su ciò che conta davvero. Il successo che dura diventa scomodo perché non può essere ignorato né archiviato come un episodio. Resiste, attraversa il tempo, obbliga al confronto. Ed è proprio questa resistenza silenziosa, più di qualsiasi consenso momentaneo, a certificare il peso reale di un percorso che non chiede approvazione, ma lascia definitivamente un segno.

Nella divulgazione siamo portati a pensare che ciò che fa la differenza sia il contenuto, l’argomento che scegliamo, la nozione che vogliamo spiegare. Ed è vero: il cosa conta. Non a caso, per anni abbiamo interiorizzato l’idea che il contenuto fosse il vero sovrano della comunicazione, riassunta dall’ormai celebre espressione “Content is King”.

Ma più passo il tempo a studiare e condividere, più mi accorgo che non basta. Ciò che fa davvero la differenza, quello che accende la comprensione e apre possibilità è il come.

Perché diciamocelo: raramente inventiamo mondi nuovi. Semplicemente li abitiamo e li raccontiamo. Ma farli arrivare agli altri è la versa sfida. E trovare le parole giuste, aprire un varco tra ciò che sappiamo e ciò che qualcun altro può capire non è solo la parte più nobile e onerosa del racconto ma anche la più alta forma di rispetto verso chi apprende.

Perché raccontare bene non significa solo semplificare all’osso: significa aver capito davvero, aver fatto ordine dentro di noi per poter restituire chiarezza. E chi comunica sa bene che la semplicità è fragile: se togli troppo, svuoti il senso; se togli poco, lasci grovigli irrisolti.
È un equilibrio davvero sottile, un ponte sospeso tra rigore e leggerezza. Se lo costruisci male crolla, se lo costruisci bene può passarci sopra chiunque, anche chi credeva di non potercela fare.

Ecco perché penso che il contributo più grande di un divulgatore non sia tanto nel cosa porta alla luce, ma nel modo in cui lo consegna agli altri. Il come è la vera forma della nostra passione, il luogo in cui il sapere smette di essere distanza e diventa possibilità. È lì che tutto prende vita… perché se anche una sola persona trova, grazie a quel racconto, uno spiraglio che prima non vedeva, allora tutto ha senso!

Quando si parla di guerre, troppo spesso ci si rifugia nei numeri. Vittime, bombardamenti, statistiche. Ma i numeri non raccontano il dolore. Non raccontano il vuoto lasciato da chi non tornerà, le notti passate a cercare riparo, le madri che stringono i figli senza poter promettere loro un domani.

Non voglio parlare di politica. Non mi interessa schierarmi da questa o da quella parte. Mi interessa l’essere umano.
E l’essere umano, sotto le macerie, non ha bandiera. Ha fame, sete, paura. Ha diritto a vivere.

Vale in Palestina come in Israele, dove famiglie intere convivono con la paura degli attacchi e con il peso di una quotidianità fragile. Vale in Ucraina e in Russia, dove la guerra ha diviso vite, comunità, affetti. Vale ovunque un conflitto strappi via il diritto alla normalità.

Perché quando cade una bomba, non importa da quale lato: quello che resta è sempre lo stesso silenzio.

E io, da qui, mi chiedo: cosa possiamo fare noi che ogni giorno ci lamentiamo del traffico, della fila al supermercato, di un computer che non funziona?

Forse poco, quasi niente. Ma una cosa da fare sicuramente è: non abituarci. Non trasformare quel dolore in un rumore di fondo. Non dire “è sempre stato così” e girare lo sguardo.

Perché la dignità umana non dovrebbe mai essere oggetto di trattativa.
Perché la vita, in Palestina, in Israele, in Ucraina, in Russia o in qualunque altro posto del mondo, ha lo stesso identico valore.

Raccontarlo, ricordarlo, è già un modo per dire: io ti vedo, io non ti dimentico.

E questo articolo, come ogni voce che osa farsi sentire, è un modo per non lasciare che il silenzio vinca.
Forse non cambierà le sorti del mondo, ma almeno ci ricorda ogni giorno quanto siamo fragili, quanto siamo simili, quanto avremmo bisogno tutti della stessa cosa: pace.

Siamo quelli nati negli anni ’80 e nei primi anni ’90.

Siamo la generazione delle VHS, dei sabati da Blockbuster passati a scegliere il film da vedere, delle telefonate da cabine a gettoni, delle musicassette registrate aspettando canzoni e dediche alla radio.
Sappiamo cosa significa avere solo 24 pose per le foto e poi pazientare per lo sviluppo del rullino.
Forse è per questo che conosciamo il senso dell’attesa e abbiamo imparato a dare valore alle cose.

Siamo quelli che citofonavano a casa degli amici a chiedere: “C’è...?”.
Siamo la generazione degli zaini Invicta, degli album Panini e degli scambi di figurine all'uscita di scuola.
Siamo quelli dei compiti salvati sui floppy disk e dei giochi alla Nintendo, ma anche quelli dei lunghi pomeriggi in cortile, quando bastavano un gessetto e poche biglie per sentirsi felici.
Vivevamo l'estate cantando le compilation del Festivalbar... e la top10 settimanale coi videoclip su MTV era un appuntamento imperdibile!

Abbiamo passato ore con l'Alcatel o il Nokia 3310 a giocare a Snake o creare suonerie polifoniche. 
E avevamo un codice non scritto, fatto di squilli e significati: 1 per dire “ti penso”, 2 per dire “mi manchi”, 3 per dire “richiama”.
Abbiamo inviato i primi SMS da 160 caratteri, in cui ogni emoticon era fatta di punteggiatura e fantasia; ma abbiamo scritto anche lettere a mano e cartoline a chi era lontano.

Siamo la generazione dei primi walkman e lettori CD portatili, delle cuffiette infilate nelle tasche del giubbotto e delle compilation masterizzate per l’amico del cuore.
Collezionavamo ciucci colorati, sorprese dell’ovetto Kinder, casette del Mulino Bianco e schede telefoniche, oggetti piccoli ma pieni di storie che passavano di mano in mano come tesori.

Leggevamo le ultime notizie sul Televideo e i consigli d’amore su Cioè, tra test improbabili, poster da appendere in cameretta e ritagli da incollare nei diari.
Alle 4 del pomeriggio guardavamo Bim Bum Bam e a intrattenerci c'erano: Denver, i Power Rangers, Cristina d'Avena con Kiss Me Licia e i primi teen drama: Beverly Hills 90210, Friends… fino a quella parentesi magnetica chiamata Non è la Rai.

Poi è arrivato Internet: una rivoluzione che ci ha spiazzati, ma non spaventati!

Siamo quelli che hanno imparato a memoria il suono del modem.
Che aspettavano ore per scaricare una canzone da Napster o eMule, sapendo che nel frattempo il telefono di casa era occupato e che qualcuno, prima o poi, avrebbe urlato dal corridoio: “Ma sei ancora collegataaa?!”.

Abbiamo avuto il nostro primo spazio digitale su MySpace, con bacheche piene glitter, gif animate e frasi drammatiche... e il nostro primo vero social MSN Messenger era fatto di stati, nickname e trilly che facevano tremare finestre e timidezze, in quelle chat che sembravano infinite!

Siamo cresciuti tra l’enciclopedia cartacea e Google.
Abbiamo sperimentato e poi insegnato ai nostri genitori a usare Internet. 
Non siamo nativi digitali. Siamo pionieri digitali.
Abbiamo fatto da ponte tra due epoche, due velocità, due mondi.
Abbiamo imparato, disimparato e reimparato, mentre le regole cambiavano sotto i nostri piedi.

E siamo anche quelli che hanno pagato il prezzo più alto delle transizioni.

A scuola ci siamo trovati nel mezzo di riforme ancora acerbe che sembravano fatte più per tentativi che per visione!
Abbiamo visto cambiare programmi, strutture degli esami, percorsi scolastici.
Abbiamo fatto la Maturità con il “nuovo esame di Stato”, quello che nessuno sapeva ancora come funzionasse, perché cambiava ogni anno. Non abbiamo avuto riferimenti né certezze: ogni classe era una cavia.

All’università, siamo stati i primi a dover fare i conti con la riforma “3+2”. Una promessa di modernità che ci ha lasciato con titoli poco spendibili, con percorsi frammentati, spesso vissuti come una corsa ad ostacoli più che come una vera opportunità.

E poi ci siamo affacciati a un mondo del lavoro che sembrava aver dimenticato le promesse, abbiamo conosciuto la precarietà come unica forma possibile!
Stage non retribuiti, contratti a tempo che non diventavano mai indeterminati, partite IVA mascherate da collaborazione.
Abbiamo vissuto la crisi economica del 2008 quando avremmo dovuto iniziare a costruire, poi la pandemia, poi di nuovo la rincorsa alla stabilità.

E oggi ci dicono che la pensione sarà per noi un miraggio.
Che lavoreremo fino a 70 anni. Che il nostro assegno sarà modesto, forse insufficiente.
Perché i nostri contributi sono stati intermittenti.
Eppure siamo quelli che hanno retto la tempesta... che hanno tenuto in piedi tutto, mentre il mondo cambiava.

E siamo ancora qua.
Nonostante le fatiche, siamo la generazione che ha imparato la resilienza prima che diventasse una parola di moda.

Sappiamo adattarci, ma non ci arrendiamo.
Sappiamo aspettare, ma non smettiamo di agire.
Sappiamo ricordare il passato, ma continuiamo a costruire il futuro... nostro e degli altri.

Ci definiscono "confusi", "persi"... ma in realtà siamo quelli che da sempre tengono insieme i pezzi.
Perché noi, cresciuti nel mezzo, tra due mondi, abbiamo imparato a rimanere in piedi. Non per moda, ma per necessità.

C’è un Sud che vibra.
Che resiste nel silenzio delle sue giornate lente, nelle sue strade calde di sole, nei vicoli dove la vita si affaccia dai balconi con le lenzuola stese.
Un Sud che non grida, ma sente. Che non corre, ma cammina a testa alta.
Ed è anche la terra da cui vengo: la Sicilia.

L'isola che mi ha vista nascere tra il profumo di zagara e il rumore del mare.
Quella che mi ha cresciuta tra lo scirocco e la sabbia dorata, nella mia Gela, incastonata tra contraddizioni e meraviglie: città facile da amare, ma che ancora oggi faccio fatica a spiegare.

È la terra che mi ha insegnato a tenere duro, ad aspettare, a non arrendermi.
La stessa che, oggi, tanti scelgono (o sono costretti) a lasciare.

C’è sempre un motivo per partire: per studiare, per lavorare, per sperare.
E chi parte non lo fa mai con leggerezza.
Ogni valigia chiusa porta dentro un macigno: una ferita invisibile.
Lo so bene. Ho visto amici, compagni, colleghi andarsene. E ogni volta è stato uno strappo.

Ma oggi voglio raccontare il coraggio di chi resta.
Di chi sceglie di rimanere, anche quando sembra più semplice andare via.
Perché restare qui, in Sicilia, non è mai immobilismo.
È un atto di coraggio. Una forma di resistenza.

Non significa accontentarsi, significa investire.
Significa credere che questa terra abbia ancora qualcosa da dire, da dare, da costruire.
È decidere di esserci. Di provare a cambiare le cose, partendo dal basso.
Di non aspettare che siano gli altri a farlo.

Chi resta spesso lo fa in silenzio, senza applausi.
Sono donne e uomini che si rimboccano le maniche: chi apre una piccola attività, chi insegna in una scuola di periferia, chi crede che il sapere debba arrivare ovunque... anche lì dove sembra non esserci spazio per crescere.

A volte, ci chiamano terroni, come fosse un insulto.
Ma se “terrone” vuol dire amare la propria terra, viverla fino in fondo, coltivarla anche quando sembra non dia frutti… allora sì, io lo sono. Noi lo siamo.
E ne andiamo fieri.

Siamo fieri di restare, perché significa avere la forza di attraversare il disincanto e trovare, comunque, una ragione per provarci.
Significa resistere alle frasi stanche: “Non c’è futuro”, “Qui non cambia nulla”, “Meglio andarsene”.
Significa credere, ostinatamente, che ogni seme piantato in questa terra tanto ferita quanto generosa, prima o poi, porterà frutto.

Ed è proprio perché ci crediamo così tanto, che fa ancora più male vederla ferita da chi la abita e da chi la governa.
Fa male l’incuria, l’abusivismo, le spiagge sporche, le strade rotte, l’indifferenza davanti all'incantevole bellezza.
E fa male una politica che si ricorda di noi solo in campagna elettorale, per poi lasciarci nell’oblio.
Perché sappiamo che la Sicilia non ha bisogno di pietà. Non chiede vane promesse. Chiede rispetto. Visione. Cura.

E sì, è faticoso. Ci sono giorni in cui ogni cosa sembra più complicata.
Forse per questo non tutti possono rimanere. Non tutti devono. E va bene così.
Ma chi lo fa merita rispetto.
Perché restare al Sud non è restare indietro, né arrendersi al destino.
È scegliere ogni giorno di essere parte di un luogo. Con tutte le sue fragilità, ma anche con la sua immensa bellezza.

Può sembrare una scelta inconcepibile, ma è quella che ha il sapore più autentico della dignità.
Perché chi ama davvero la propria terra, non se ne va. Resta.
E, mattone su mattone, la fa fiorire. La abita. La difende. La sporca di sogni, non di rifiuti.
Con la salda convinzione che il Sud non è una condanna, ma una promessa da mantenere, con orgoglio. Ed è anche una meravigliosa possibilità che noi "terroni" dobbiamo smettere di sprecare!

Quando mi sono iscritta alla facoltà di Ingegneria, eravamo una sparuta decina di donne in un’aula di circa mille matricole. Ricordo nitidamente il primo giorno di lezione: cercavo qualcuno in cui potermi riconoscere, un volto, uno sguardo simile al mio. Ne incrociai pochi, un po’ spaesati. Sembrava chiaro fin da subito che non sarebbe stato un cammino facile: non solo per le difficoltà accademiche, comuni a tutti, ma perché noi donne dovevamo prima di tutto legittimare la nostra presenza in quel contesto. Dovevamo guadagnarci il diritto di esserci.

Nel tempo ho imparato che quella sensazione non era solo mia. E tuttora, tantissime donne che lavorano in ambito STEM condividono lo stesso fardello: il senso costante di “non appartenenza”; la fatica di dover sempre dimostrare di sapere, di valere; il sentirsi ospiti in un luogo che dovrebbero invece poter chiamare “casa” e la sensazione opprimente che basti un piccolo passo falso per confermare pregiudizi pronti a essere tirati fuori.

Mi torna spesso in mente un episodio accaduto a una mia collega ai tempi dell’università.
Portava le unghie lunghe, ben curate e un giorno, durante una lezione, il professore le disse che con quelle unghie non sarebbe mai riuscita a scrivere codice decentemente.
Aggiunse che, per questo motivo, l’avrebbe bocciata.
Non una battuta, non un invito al miglioramento, ma una sentenza basata sull’aspetto.
Non erano le sue competenze a essere valutate, ma un dettaglio estetico completamente irrilevante.
Un pregiudizio, sottile ma violento. E purtroppo non isolato.

Perché i pregiudizi non sono sempre gridati, spesso sono sussurrati.
Una parola di troppo, un’occhiata dubbiosa, un’esclusione non dichiarata. Ma fanno male uguale.
E alla lunga lasciano il segno, condizionano le scelte, smorzano gli entusiasmi.

E poi, anche quando si supera il primo scoglio e si entra nel mondo tech, molte di noi si trovano ad affrontare un ostacolo meno visibile, ma altrettanto insidioso: la sindrome dell’impostore.
È una presenza subdola, una voce interna che sminuisce ogni conquista, che insinua dubbi anche di fronte ai traguardi più solidi.
Non nasce dal nulla: si nutre dell’ambiente che ci circonda. Di team dove spesso sei l’unica donna. Di riunioni in cui ti senti costretta a spiegare più del dovuto. Di errori che sembrano pesare il doppio.
Anch'io, con una laurea in ingegneria, varie qualifiche e certificazioni professionali... ho avuto momenti in cui ho pensato: forse non sono davvero abbastanza per stare qui.
Poi, per fortuna, mi sono sempre ricordata perché ci sono: perché valgo, per costruire, per creare e per aprire strade a chi verrà dopo. E provare nel mio piccolo, fosse solo per una, a essere un modello.  

Perché so che crescere senza modelli è come cercare una strada senza sapere se porta davvero da qualche parte. Se guardiamo ai libri, ai film, ai curricula degli speaker nei convegni, troviamo quasi sempre figure maschili. Eppure le donne ci sono sempre state, anche nella storia dell'informatica.
Ada Lovelace scrisse il primo algoritmo. Grace Hopper inventò il primo compilatore.
E, più di recente, Marissa Mayer ha contribuito in modo decisivo allo sviluppo di Gmail e Google Maps. Susan Wojcicki ha guidato la trasformazione di YouTube.
Ma queste storie restano troppo spesso ai margini: raccontate tardi, o mai.

Allora la domanda che dobbiamo farci è: cosa possiamo fare per cambiare rotta? Per incoraggiare le ragazze a scegliere, e soprattutto a restare, nei percorsi STEM?

Il primo passo è l’educazione. Dobbiamo parlare di scienza, matematica, informatica e tecnologia con le bambine sin dalle scuole primarie, presentandole come discipline affascinanti, stimolanti e aperte a tutti. Dobbiamo proporre esperienze che le mettano in condizione di sperimentare, sbagliare, riprovare, senza paura di essere giudicate “fuori posto”.

Il secondo passo è creare ambienti di studio e di lavoro più accoglienti.
Serve formazione per i docenti, affinché sappiano riconoscere e superare stereotipi radicati;
serve una selezione più consapevole da parte di chi assume; mentoring per accompagnare chi entra nel mondo del lavoro; esempi concreti di donne in ruoli di leadership.
Ma soprattutto, serve una cultura aziendale che non chieda alle donne di adattarsi a standard maschili, ma che sappia valorizzare stili di leadership diversi, capacità relazionali e visioni nuove.
Una cultura che non consideri la diversità un ostacolo da tollerare, ma un valore da coltivare.

Infine, servono storie. Tante. Serve raccontare, far vedere, normalizzare. Se una ragazza vede una donna che fa la scienziata, l’ingegnera, la programmatrice, allora potrà iniziare a immaginare anche se stessa in quei panni. E potrà farlo senza vergogna, senza doversi giustificare.

Non sarà un cambiamento rapido, ma può cominciare da piccoli gesti.
Forse, anche da un blog come questo. Anche da una voce come la mia.
Serve che chi è già dentro, come me, non si stanchi di parlarne. Perché ogni storia, ogni esperienza condivisa, può essere una piccola luce accesa sul cammino di chi sta iniziando.

E se mia nipote, un giorno, deciderà di metter piede in un’aula di ingegneria, spero che non debba cercare volti simili al suo con paura, ma con orgoglio. E sappia fin da subito che quel posto è anche suo.
Perché la tecnologia ha bisogno di noi donne: del nostro sguardo attento, della nostra sensibilità concreta, del nostro intuito, della nostra visione capace di includere, prevedere e creare.
Deve sentirlo con fierezza che anche in questi contesti, possiamo esserci, restare e soprattutto contare.

FantasticaMenteING non è nato in un giorno. Non è nato con un nome.
È nato molto prima, dentro Franceschina: una bambina che imparava giocando a insegnare.
Che a scuola aiutava la maestra a scrivere nei quaderni dei compagni le frasi da ricopiare, con la precisione e l’entusiasmo di chi era già “dall’altra parte della cattedra”.
Che amava spiegare le cose, renderle semplici, trovare parole che accendessero una luce: le frazioni diventavano storie da dividere, le formule piccoli incantesimi... e così aiutava gli altri a credere di potercela fare. E poi, a farcela davvero.

È nato da una vocazione alla condivisione, alla chiarezza, alla cura dell’altro mentre impara.
E col tempo quella vocazione non è svanita, anzi. Ha messo radici. Anche quando fuori non trovava spazio.

C’è stato un periodo, non troppo lontano, in cui la mia voce sembrava non trovare ascolto.
Mandavo curriculum, facevo colloqui e, nonostante i titoli, ricevevo risposte negative. 
Sapevo di avere competenze, energia, voglia di mettermi in gioco. Ma sembrava non bastare.
E allora ho pensato: se non mi danno un posto in cui parlare, me lo costruisco io.
FantasticaMenteING è nato anche da lì.
Da un bisogno di riscatto.
Da una spinta a non lasciare che qualcun altro decidesse se valevo oppure no.

Ho creato il canale YouTube il 13 Dicembre, giorno di Santa Lucia.
Non lo sapevo ancora, ma quella data, simbolo di luce e visione, avrebbe assunto un significato speciale.
Perché in fondo, il mio desiderio è sempre stato quello: accendere una scintilla nella mente delle persone.
Portare chiarezza, offrire una direzione, aiutare a vedere davvero cosa può offrire la cultura STEM.

Ho iniziato a pubblicare qualche giorno dopo, quasi in punta di piedi: un video, poi un altro… e poi altri ancora.
All'inizio nessuna monetizzazione, solo passione.
Numeri minuscoli, eppure sufficienti a confermarmi che qualcuno, da qualche parte, aveva trovato valore in ciò che stavo facendo.
E quel qualcuno bastava a rendermi felice e a farmi capire che, in fondo, non avevo mai smesso di scrivere nei quaderni degli altri. Avevo solo cambiato mezzo.

Oggi il canale è cresciuto. Ha migliaia di iscritti e milioni di visualizzazioni.
Ogni giorno ricevo messaggi da persone che hanno superato un concorso, trovato lavoro, ripreso fiducia. Mi ringraziano, mi raccontano come un corso, un tutorial, una spiegazione abbiano fatto la differenza in un momento difficile.
Come quel messaggio arrivato da un penitenziario femminile, dove i miei tutorial venivano usati per aiutare le detenute a conseguire la patente europea del computer.
Ed è anche per questo che i miei contenuti restano, ancora oggi, completamente gratuiti: perché credo che il sapere sia capace di restituire dignità, futuro, nuovi inizi.
E che nessuna barriera debba impedirgli di arrivare dove serve.

E anche se ogni tanto capita qualche hater, la verità è che la gratitudine vince sempre.
È quella che mi fa accendere il microfono anche quando sono stanca.
È quella che mi fa scrivere, registrare, montare video, rispondere alle mail anche dopo nove ore di lavoro. Anche nell’unico giorno in cui dovrei riposare.
Non è semplice, perché faccio tutto da sola.
È faticoso.
Ma è una fatica che scelgo, ogni volta.

Perché condividere è un vero atto d’amore: nasce dal cuore, parla alla mente, trasforma lo sguardo.
A volte cambia un percorso. E allora tutto trova un perché che mi somiglia e prende vita il mio ikigai: l'unione di ciò che amo, ciò che so fare e ciò che può essere utile agli altri.
Il punto dove ritrovo tutto ciò che ero, che sono e che voglio diventare. 
Dove trovo il senso del mio fare.

FantasticaMenteING oggi è infatti tante cose: un canale YouTube, un sito web, una comunità.
Ma soprattutto è la mia voce che prende forma.
È la prova che la tecnologia non è solo per pochi.
E che il sapere, se condiviso con cuore e costanza, può davvero arrivare lontano: oltre le distanze, oltre le paure, perfino oltre le sbarre!

E chissà, forse è anche il mio modo per restituire al mondo ciò che, per un po’, distrattamente aveva dimenticato di riconoscermi.
O magari è solo un modo per sorridere a quella parte di me che non ha mai smesso di imparare, con lo sguardo curioso di una bambina che la maestra chiamava Franceschina.

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